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I pochi papiri presenti in Emilia-Romagna sono conservati in diverse sedi.

La Biblioteca Universitaria di Bologna (https://bub.unibo.it/it) custodisce la collezione di papiri (Papyri Bononienses = P. Bon.) più cospicua dell’Emilia-Romagna: 58 reperti per lo più documentari. La raccolta si compone, per la precisione, di 56 papiri, un frammento di tavoletta cerata (P. Bon. 50a) e uno di pergamena (P. Bon. 50b). Di essi solo 4 sono sicuramente letterari: P. Bon. 1, 2, 4, 7; altri sono “paraletterari”: P. Bon. 3, 5, 6, 9, 27b verso + 8. A questi si aggiunga il codice pergamenaceo del V sec. d.C. di Lattanzio (Bononiensis = Biblioteca Universitaria 701, LDAB 7640) che, però, non appartiene al suddetto lotto di materiali: vergato nell’Italia centrale, arrivò nella biblioteca di S. Salvatore a Bologna, dove recava il nr. 559. Il manoscritto, trasferito da Napoleone a Parigi, dove rimase nel periodo 1798-1815, rientrò, quindi, a Bologna. I papiri sono scritti tutti in greco, tranne uno bilingue latino-greco (P. Bon. 5, che offre modelli epistolari; anche il codice di Lattanzio cit. supra presenta scrittura greca e latina). Si tratta di materiali d’acquisto, per i quali il luogo di ritrovamento è sconosciuto, e la provenienza è per lo più difficile da stabilire (in alcuni casi si può, tuttavia, ipotizzare Tebtynis, Eracleopoli e l’Eracleopolite, Ossirinco). Tale blocco di papiri, portato in Italia nel 1930 dal noto mercante cairota Maurice Nahman (1868-1948), fu comprato dal Mini­stero dell’Edu­cazione Nazionale per la Biblioteca Universitaria di Bologna, ad uso della Facoltà di Lettere, grazie all’interessamento, prima, di Girolamo Vitelli, allora direttore dell’Istituto Papirologico di Firenze, in seguito, di Achille Voglia­no, professore di Letteratura greca presso l’Università di Bologna. Chi si occupò concretamente delle formalità dell’acquisto fu Medea Norsa, tanto che, inizial­mente, i papiri furono presi in conse­gna dalla Biblioteca Nazionale di Firenze, per essere poi assunti in carico dalla Biblioteca Uni­ver­sitaria di Bologna (12 novembre 1930) con i numeri d’entrata dal 122811 al 122841, corrispon­denti a 31 cartelle. Il 13 dicembre, a Bologna, sempre la Norsa ne fece l’inven­tario e, successivamente, i frammenti furono messi sotto vetro. Dal 1930 al 1939 uscirono, su rivista, edizioni di singoli testi ma, con lo scoppiare della guerra, nessuno più si curò dei papiri bolognesi ed essi furono incassati e sfollati. La cassa contenente i materiali fu riaperta nel maggio 1946 e nel 1953, apparve finalmente – per opera di Orsolina Montevecchi – l’edizione di tutti i papiri bolognesi della Biblioteca Universitaria. Dopo l’edizione, i papiri vennero ad avere tre differenti numerazioni, causa di qualche ambiguità: 1) numero d’entrata; 2) numero d’inventario; 3) numero d’edizione. La collezione fu restaurata nel 1970. Il risultato principale fu la “riscoperta” del vetro inventariato dalla Norsa con il nr. 29, che la Montevecchi non aveva rinvenuto. I frammenti, tutti di epoca tolemaica e consistenti, per l’esattezza, in documenti d’archivio del regno del Filopatore si collegano a P. Bon. 11 e 12. La ricostruzione del complesso, attuata da Willy Clarysse e Lucia Criscuolo nel 1992, all’interno dell’International Research Network, finanziato dai National Funds of the Flemish Research Council, ha portato alla individuazione di 10 “nuovi” papiri provvisoriamente chiamati P. Bon. Ptol. 1-10 (P. Bon. Ptol. 2 è ora pubblicato come P. Bingen 27).

I papiri sono stati tutti digitalizzati. Cf. http://amshistorica.unibo.it/papiribon.

Presso il Dipartimento di Storia Antica dell’Università degli Studi di Bologna (http://www.disci.unibo.it/it/dipartimento/sezioni/storia-antica) si trovano 4 documenti. Di essi P. Bon. ISA 1 (III sec. d.C.; LDAB 4491; MP3 2274.3) fu probabilmente acquistato insieme ai P. Bon., poi confluì in una collezione privata bolognese e fu donato, infine, all’Istituto di Storia Antica dell’Università di Bologna. Il frammento contiene, sul recto, una lunga lista di fiumi con simboli tachigrafici; sul verso un commentario tachigrafico organizzato in tetradi. P. Bon. ISA 3 (I sec. a.C.-I sec. d.C., TM 140538), invece, fu comprato sul mercato antiquario nel 1974, insieme agli altri due testi tuttora inediti (cf. pure http://www.trismegistos.org/coll/detail.php?tm=47). Si tratta di un conto con indicazioni di distribuzione di birra e altri beni a persone singole o a synodoi connesse con l’àmbiente ebraico, come si deduce dal tipo di onomastica presente.

La Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (http://www.archiginnasio.it) conserva 2 papiri con epistole greche (P. Bon. Arch. 1 e 2), ascrivibili rispettivamente ai secc. II e III d.C. Essi furono acquistati nel 1975 presso la casa editrice fiorentina «La Nuova Italia Bibliografica», la quale li aveva messi in vendita, dopo averli a sua volta com­pra­ti sul mercato antiquario, probabilmente, dall’editore olandese Adolf Hakkert. I papiri, registrati col numero di ingresso 583076 (P. Bon. Arch. 2) e 583077 (P. Bon. Arch. 1) in data 2 febbraio del 1976, entrarono a far parte della sezione manoscritti della Biblioteca con le segnature A 2846 (= P. Bon. Arch. 2) e A 2847 (= P. Bon. Arch. 1). All’Archiginnasio i manoscritti giunsero già restaurati con una incorniciatura di pelle marrone, un elemento questo che – insieme alla tipologia di restauro attuato per P. Bon. Arch. 2 (su foglio di carta, incollato su cartone) – sembra rimandare a Hugo Ibscher e induce al sospetto, per vari altri motivi, che i due papiri appartenessero alla raccolta di Berlino da cui, dopo la Seconda Guerra mon­diale, fu constatata la sparizione di più di 500 testi, molti dei quali finirono in collezioni private e in seguito, dopo la riunificazione della Germania, furono in parte riacquistati (ciò non esclude ovviamente che i papiri possano provenire da altre collezioni pubbliche o private a cui Ibscher prestò la sua opera).

Il Museo Civico Archeologico di Bologna (http://www.museibologna.it/archeologico) possiede – oltre a papiri in scrittura ieratica o con raffigurazioni legate al Libro dei Morti – anche 3 papiri demo­tici che facevano parte della collezione del pittore Pelagio Palagi, donata alla sua morte, nel 1861, alla città di Bologna. Palagi aveva acquistato la maggior parte dei materiali da Giuseppe Nizzoli, segretario del consolato austriaco in Egitto dal 1817 al 1828 (nello stesso periodo Nizzoli vendette parecchi reperti egiziani sia a Vienna, sia a Firenze). Si tratta di due liste di sogni (inv. eg. 3171 = P. Testi Botti 3, LDAB 44688; inv. eg. 3173 = P. Testi Botti 2, LDAB 44687), databili al II sec. a.C. e provenienti dal Serapeo di Menfi; il terzo (inv. eg. 3172 = P. Testi Botti 1) è un contratto del 210 a.C., che sul recto mostra 7 righi di testo demotico seguiti, da 4 righi in greco; sul verso 17 righi con la lista dei nomi dei testimoni. Si deve menzionare, infine, un altro papiro (inv. eg. 3348) del II sec. d.C., comprato in Egitto negli anni ’70 da un privato e donato al Museo successivamente, insieme a iscrizioni augurali in lingua demotica su bende di lino di età augustea. In esso si nota la menzione di una κατ’οἰκίαν ἀπογραφή.

Presso il Museo Arcivescovile di Ravenna (http://www.ravennamosaici.it/musei/museo-arcivescovile/) sono custoditi 4 papiri latini appartenenti a un gruppo più ampio di reperti di provenienza occidentale, databili dal V sec. d.C. in avanti, e scritti transversa charta. Si tratta di: P. Ital. 49 (557 d.C.), un documento processuale (una acclaratio in iure con due testimoni), relativa ai possedimenti del Goto Gundila; P. Ital. 22 (639 d.C.), una chartula donationis alla Chiesa di Ravenna; P. Ital. 42 (VII sec. d.C.), concernente un contratto di vendita. Infine, appeso tra vetri, alla parete del cosiddetto Archivio Antico, si trova P. grande s.n. (819 d.C.), così chiamato per le sue dimensioni eccezionali (cm 52 x m 2,43). Tale papiro reca il testo con cui il Papa Pasquale I conferisce alla Chiesa di Ravenna tutti i privilegi a essa garantiti da papi e imperatori, le donazioni, le vendite e i testamenti.

La Biblioteca Civica Gambalunga di Rimini (http://www.bibliotecagambalunga.it) conserva un papiro latino, del 572 d.C. (P. Ital. 14-15 A), proveniente da Ravenna. Si tratta di un frammento di Gesta Municipalia della città di Ravenna, che attesta la registrazione di un atto di donazione alla chiesa di Ravenna, con usufrutto al donatore. Un’altra parte dello stesso papiro si trova presso la Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma (P. Ital. 14-15 B = P. Lat. 17). Il reperto è noto anche come Papiro Garampi, dal nome del Cardinale Giuseppe Garampi (1725-1792), che in origine ne era il possessore e che poi, forse nel 1772, lo donò alla biblioteca della sua città natale, di cui era stato in giovinezza vice-custode.

Per riferimenti più precisi alle collezioni di papiri dell’Emilia-Romagna si veda E. Esposito, Tra filologia e grammatica. Ricerche di papirologia e lessicografia greca, Bologna 2017, 137-144.